|

MAGGIO 2018

Data pubblicazione: 03-04-2018
 
PRIMA PAGINA

IL “GATTOPARDO” E SAN GENNARO
di Ermanno Corsi

TUTTO si intreccia - dal calcio alla politica nazionale, all’amministrazione della Città - ma non tutto, anzi molto poco,”si mantiene”. Per le vicende del campionato, che fanno impazzire i tifosi azzurri, entusiasmi e depressioni si alternano in veloce successione; quelle del “campionato” per Palazzo Chigi, sede del Governo, dopo il voto del quattro marzo forse turbano di meno perché il “teatrino” della politica è largamente già visto e quindi scontato; non si sottrae, alla “fenomenologia” del già visto e vissuto, Palazzo San Giacomo che, da piazza Municipio in parte rimessa a nuovo, leva il suo sguardo disilluso sulla realtà circostante. Sembra che non smetta di riproporsi la logica del Gattopardo: basta la sensazione del cambiamento, importante che tutto resti tale e quale (anche se, da chi ha sguardo attento,una mutazione in peggio viene intercettata fin troppo bene e in tutta la sua sconsolante evidenza).
Napoli squadra. Gli azzurri erano sotto la Juve di quattro punti. Poi il miracolo. Sia pure fortunosamente i bianconeri perdono e gli azzurri gli saltano a ridosso separati solo da un punto (un “miracolo?”; a sentire il cardinale Crescenzio Sepe sembra proprio di sì visto che, come ha affermato, quella sera in campo a Torino c’era addirittura San Gennaro che, se c’era, non poteva che tifare per la “sua” squadra). Quello che forse si poteva evitare è stata l’esplosione incontenibile della tifoseria partenopea: fino all’alba è come se,in città,si fossero concentrati i festeggiamenti di dieci piedigrotte o di cento ultimi dell’anno. Salvo poi, dopo pochi giorni, a dar vita a una verticale e precipitosa caduta nello stato di profonda depressione quando il Napoli va a Firenze, ne torna battuto e la distanza con la prima in classifica ritorna di quattro punti. Non sarebbe sempre meglio contenere euforia quando si vince e non deprimersi mai quando si perde? Ma questa è la “passione sportiva” di tipo sudamericano (però solo per il calcio) che si vive dalle nostre parti. Per esplosioni incontenibili perché viscerali, non sia aspetta che il campionato finisca, e magari con lo scudetto in tasca. Basta vincere una partita come quella di Torino e via senza freni. Anche e il campionato non si vince, può bastare la sensazione di averlo vinto o di averne assaporato il profumo?
Napoli città. La vicenda di Palazzo san Giacomo è parallela a quella del San Paolo. Il bilancio della pubblica amministrazione non è dei più brillanti. Ma sembra che ci si consoli pensando che poteva andare peggio, che tutte le responsabilità vanno accollate a Roma,alla capitale “corrotta e infetta”. E poi una certa soddisfazione può derivare anche dal fatto che, non essendo riusciti a “settentrionalizzarci”, siamo riusciti almeno a “meridionalizzare” il centro e il nord. Cominciando,appunto, dalla Caput mundi (o immundi?). Come dire: un livellamento lo stiamo realizzando anche se verso il basso e non verso l’alto. Ora, tra i due Santi, San Paolo qualche soddisfazione non la fa mancare. A quando qualcuna anche da parte di san Giacomo? Certo, l’ideale sarebbe che Napoli squadra e Napoli città si sfidassero a chi cammina meglio e che la seconda non si inventasse successi che non sono nemmeno virtuali. Vale sempre la metafora dell’orologio: tutti i pezzi sono usciti dalla scatola e non c’è orologiaio che sappia rimetterli bene tutti dentro. Vale anche l’allegoria della città-orologio dove le lancette camminano e camminano senza mai riuscire a segnare l’ora esatta.
Teatrino politico. La città paga, in termini di immagine,per quello che succede a Roma dove ora la terza carica della Repubblica è partenopea e dove si esibisce l’unico leader auto candidatosi a premier. Per Roberto Fico non giova (ma speriamo che risulti una fake new) la questione della colf presuntamente pagata in nero. Per Luigi Di Maio non è andata bene l’idea dei “due forni” (chi vuole porsi sulla strada di Giulio Andreotti ne deve mangiare di pane!). Quella idea a Napoli ha fatto ricordare il detto di metà ‘500: “o Francia o Spagna purchè se magna”. La conclusione è che il presidente Fico deve togliere un po’ di polvere dal suo viso, mentre l’aspirante a tutti i costi premier Di Maio  deve stare attento ai sondaggi: in pochi giorni, come scrive il Corriere della sera, ha perso molti punti. Il primato va conquistato, non assaporato auto ingannevolmente da lontano.

Allegati: