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IL MIO CANTO...INFINITO

Data pubblicazione: 30-04-2020
 

Sarò sincera: le idee, agli inizi di questa pandemia mondiale, mi si sono raggrinzite, prosciugate, opacizzate. E senza le idee, si sa, anche le parole prendono a zoppicare, malferme. Non sanno dove appigliarsi, un po' come il polline che fa giravolte nell'aria, incontrando qua e là giusto qualche mero ostacolo, vano monito d'arresto. Di cosa potrei scrivere? Il nulla. Il vuoto. Tuttavia, un vuoto colmo di dubbi, di incertezze, in un'escalation di ansia e frustrazione. In questa stasi forzata, anche il pensiero è andato in letargo? No, non può essere. "Sforzati, su. Qualcosa dovrà pur uscire!". Ecco. La risposta è tutta qui. Come ho fatto a non arrivarci prima? Siamo tutti barricati in casa, oscilliamo tra la paura e la noia, tra lo sconforto e la malinconia. La nostra libertà è stata caramente ma giustamente barattata con la sicurezza, più urgente. I nostri corpi si sono ridotti a degli involucri pigri, è vero, ma le nostre emozioni continuano a vorticare furiosamente, impossibili da contenere. Quest'anelito di libertà, anzi, di liberazione, è sempre vivo, sempre presente. Si fa strada, giorno dopo giorno, tra la speranza, l'amore e la fede, con passione. Siamo lontani, ma insieme. E a questo punto, mi chiederete, di cosa parlerai? Proprio di libertà, quella finita, piccola, umile e quella infinita, immensa, celeste. La libertà di un giovane poeta solitario di Recanati e quella cantata dal ragazzo riccioluto di Poggio Bustone: Giacomo Leopardi e Lucio Battisti. Distanti circa un secolo e mezzo l'uno dall'altro eppure vicini tanto da toccarsi. I loro rispettivi canti sono come un'eco del nostro desiderio più grande: uscire. Leopardi ci ricorda che il limite è sempre dietro l'angolo, che è il mezzo concreto con cui misuriamo la nostra illusione. L'idillio, in endecasillabi sciolti, fu composto nel suo borgo natio nel 1819. L'incipit e l'explicit, due dei più emblematici di tutta la letteratura italiana, ben richiamano il confine tracciato dalle nostre quattro pareti e il perdersi nell'altrove dell'immaginazione. Il lessico del vago e dell'indeterminato rendono alla perfezione l'inesprimibile della vita, il suo mistero, il suo corso inevitabile, come quello che ci ha condotto, impreparati, a fronteggiare questo nemico invisibile. Dall'immagine della siepe al mare sconfinato ("Sempre caro mi fu quest'ermo colle" e "E il naufragar m'è dolce in questo mare") intercorrono soltanto quindici versi, quelli di un sonetto anomalo, che a sua volta vuole spingersi al di là della staccionata della rigida tradizione poetica. Veniamo ora all'inno per antonomasia della musica leggera italiana, che mai come in questi giorni è stato cantato dietro migliaia di mascherine dal personale medico nazionale, stanco e provato, nel mentre di una pausa breve e allo stesso tempo lunga quanto un sorriso. È il 1972 quando la voce un po' roca di Lucio Battisti la intona per la prima volta. "Nasce il sentimento\ Nasce in mezzo al pianto\ E s'innalza altissimo e va". E vado anch'io. Ho finito. Nel salutare Giacomo e Lucio, mi congedo anche da voi. Vi auguro di ritrovare la musica e la poesia, dentro e fuori di voi. Non c'è alcuna sanzione per quest'effrazione dall'ordinario!
                                                                                                                                                                                                 Alessandra Savino