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Rimedi di bellezza e tendenze di moda letali

Data pubblicazione: 27-02-2020
 

“Chi bella vuole apparire un po’ deve soffrire”; questo motto accompagna i rimedi di bellezza di oggi e di ieri: dalle contemporanee punturine di botox ai trattamenti di bellezza radioattivi. E’ sì avete capito bene: in Francia dopo il 1898, cioè dopo quando Marie Curie scoprì il radio, questo divenne immediatamente un elemento chimico ampiamente utilizzato nell‘industria cosmetica, infatti, nacque la Tho-Radia, uno dei primi marchi di trattamenti di bellezza radioattivi; tra i vari prodotti c’erano anche: profumi, creme, ciprie e rossetti contenti torio e radio. Anche in Gran Bretagna, l’azienda Radior introdusse una linea di cosmetici contenenti radio, tra cui creme da giorno e da notte, cipria compatta, talco, tonico e sapone. Il radio sarebbe dovuto servire ad energizzare la pelle, ma dal momento che si tratta di una sostanza radioattiva, spesso causava vomito, anemia, emorragie interne, e alla fine il cancro. D’altronde il periodo storico non consentiva ancora di comprendere i pericoli delle radiazioni e il radio veniva visto come un nuovo “ingrediente” miracoloso da associare a qualsiasi prodotto. Di rimedi pericolosi per diventare più belle, o almeno quanto più conformi ai canoni del tempo, ne sentiamo parlare anche in epoca vittoriana, quando le donne per sfoggiare le pupille dilatate, considerate affascinanti,  usavano un collirio alla belladonna, ovvero una pianta molto pericolosa, le cui bacche contengono forti dosi di alcaloidi tropanici, che possono essere fatali anche in piccole quantità. Il veleno di questa pianta può causare cecità, tachicardia, secchezza delle fauci, difficoltà a parlare, sensibilità alla luce, incapacità di urinare, perdita di equilibrio, pelle arrossata, perdita di memoria, confusione, allucinazioni e persino la morte. Altra tendenza di moda molto diffusa era usare cosmetici contenenti piombo, per ottenere un incarnato pallido, che era simbolo di ricchezza e bellezza, mentre la pelle abbronzata era una dimostrazione di appartenenza alle classi sociali più basse. Guardando il ritratto di Elisabetta I, ad esempio, ci si accorge immediatamente del suo viso molto bianco. La sostanza usata era tossica, danneggiava gravemente la pelle, ma non solo, provocava mal di testa, perdita dei capelli, problemi di stomaco e ai denti, paralisi e perfino la morte. Passiamo poi all’abbigliamento (restando in tema fashion week!), alcuni abiti o pratiche dell’epoca risultavano veramente mortali:  nel 1800, indossare un abito verde poteva essere letteralmente letale, perché il colore si otteneva con pigmenti a base di arsenico, la polvere cristallina, nota come “verde di Parigi” era altamente tossica, e prima di scoprirne la pericolosità fu utilizzato per realizzare qualsiasi cosa: dalle tende ai vestiti, alle carte da parati.Quegli abiti verdi erano molto popolari, e venivano comunemente indossati, fino a quando i medici arrivarono alla conclusione che le persone che li utilizzavano morivano precocemente. Il pigmento a base di arsenico, utilizzato sui tessuti nel 19° secolo, rilasciava lentamente l’arsenico nella pelle, e causava piaghe, croste, diarrea, mal di testa e alla fine portava al cancro.Altra epoca altro giro di tendenza: il sogno di ogni donna è quello di avere naturalmente una vita sottile, nel corso dei secoli, a seconda del cambiamento delle varie mode, per assottigliare la vita le donne utilizzarono vari tipi di corsetto, più o meno costrittivi. Fu solo alla fine del 19° secolo che il busto fu considerato un accessorio estremamente pericoloso, perché limitava a tal punto il respiro da provocare spesso lo svenimento. Ma il danno peggiore era per gli organi interni che, per effetto della costrizione, si spostavano dalla loro posizione naturale; alcuni effetti erano devastanti: emorragie interne, costole rotte, problemi digestivi e costipazione. Al giorno d’oggi, la rimozione delle ultime costole, quelle dette fluttuanti, è considerata un’operazione un po’ estrema, se eseguita solo per motivi estetici, eppure pare che non fosse così in epoca vittoriana, dove avere un vitino da vespa era un assoluto dovere per ogni donna elegante, e  per ottenerlo, pare che alcune donne si siano sottoposte proprio alla rimozione delle costole fluttuanti. O ancora le chopine veneziane: i tacchi alti non sono un’invenzione moderna, altissime zeppe di sughero venivano già usate nei secoli 15°-17°, in particolare a Venezia, erano appunto le chopine, una primitiva forma di calzatura con tacco alto, che divenne uno status symbol sempre più pericoloso, perché le zeppe arrivarono a misurare fino a cinquanta centimetri, provocando, a chi le indossava, fratture, aborti e talvolta la morte; servivano anche ad identificare il ceto sociale della proprietaria: tanto più alta era la zeppa, tanto più importante la dama che la indossava.I canoni di bellezza differiscono ovviamente a seconda delle culture e delle tradizioni locali, quella dei “piedi di loto” era indubbiamente una delle usanze più dolorose ed invalidanti, a cui le donne cinesi erano costrette a sottoporsi. I piccoli piedi, ottenuti fasciando le estremità delle bambine di 4-5 anni, erano considerati un simbolo di bellezza e distinzione femminile, ma col tempo divennero anche un segno di distinzione sociale, perché solo le classi più agiate potevano permettersi questa pratica, che limitava enormemente la capacità di movimento delle donne. I piedi di loto si ottenevano con la rottura delle ossa dei piedi, che prendevano la forma di uno zoccolo; le bambine sottoposte a questa tortura pativano dolori terribili, e da adulte molto spesso non riuscivano a camminare, perché i piccoli piedi non reggevano il peso del corpo. Anche gli uomini non sono di certo esenti da alcune “mode mortali”: inventato nel 19° secolo, l’alto colletto rigido è la prova che anche gli uomini hanno talvolta rischiato la vita per seguire le ultime tendenze della moda; soprannominato “father killer” (l’assassino del padre), il colletto rigido poteva risultare fatale perché limitava l’afflusso di sangue alla carotide. Spostiamoci ora in Birmania, dove le donne di etnia Kayan  per  ottenereun collo lungo, considerato un segno di bellezza, pongono degli anelli al collo delle bambine a partire dai cinque anni, i collari operano una pressione sufficiente a far abbassare le clavicole e la gabbia toracica, creando l’illusione ottica di un collo più lungo del normale. Indossare questi collari può essere estremamente doloroso, e può deformare in modo permanente il corpo. Oggi, l’usanza dei collari è una rarità, ma un tempo era estremamente popolare e costosa; alcune donne indossano ancora gli anelli, ma soprattutto per ragioni commerciali, perché molti turisti si recano in Birmania e Thailandia (dove molte tribù Kayan si sono rifugiate) proprio per vedere da vicino le “donne giraffa”.

Rosanna D’Alessandro