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A proposito della critica di Mancuso a "Il Natale in casa Cupiello" di Edoardo De Angelis

Data pubblicazione: 30-12-2020
 
Castellitto e Pantaleo

Abbiamo letto, come di solito la lenzuolata settimanale che Mariarosa Mancuso gestisce con piglio sul quotidiano Il Foglio. Non sempre ci troviamo sufficientemente d’accordo con la titolare di Nuovo Cinema Mancuso. Questo per noi è stimolo di ricerca e di scoperta di altre angolazioni dalle quali guardare ad un film, ai suoi significati, alle sue qualità espressive. Nel foglio ne una succinta critica al film di Edoardo DeAngelis, passato su Rai1 lo scorso 22 dicembre e su cui abbiamo appena scritto (Questo Natale “fète ’e scarrafone”) poco soddisfatto del risultato finale complessivo del remake natalizio in era pandemica del capolavoro eduardiano.
Che dice Mancuso?
Che De Angelis è bravo a frenare Castellitto propenso alla gigione ria (sua indiscussa inclinazione): siamo d’accordo, ma credo che Castellitto (vedi intervista rilasciata a Silvia Fumarola e pubblicata su Repubblica il15 dicembre) sia andato avanti con i giuochi facendo implodere il personaggio, che per quanto trascinato in epoca post bellica, ventianni dopo, è decisamente fuoriasse, tanto fisicamente che ideologicamente, che umanamente. DeAngelis ci ha provato, mai risultati si son visti poco. E si giudica in base ai risultati e non alle belle intenzioni.
Che dice Mancuso?
Che il regista De Angelis «… ha evitato la fissità teatrale». Questo a me pare un luogo comune a cui spesso si ricorre quando non si hanno altri argomenti. Cos’è la “fissità teatrale”? Cos’è che la fa aborrire? Inviterei Mancuso a rivedere il dvd con la registrazione della commedia fatta nel 1976 per la Rai, che la mandò in onda l’anno successivo: opera di straordinaria fattura in cui conversero il genio di Eduardo, le straordinarie capacità degli attori, le professionalità di altissimo livello dei tecnici Rai. Dov’è la “fissità teatrale”? Nel volto ormai notissimo di Marzio Honorato, per dirne uno, c’è “fissità”? O vi scorrono i veli antichi delle maschere teatrali: imbarazzo, sopportazione, contrarietà, passione, ribrezzo, odio? E la Sastri al suo debutto (a parte la presenza nel Masaniello di DeSimone, Porta e Pugliese, tre anni prima) è appesantita, offuscata da “fissità teatrale”? O la regia (di Eduardo) sa cogliere perfettamente tutti i contrastanti impetuosi stati d’animo che la sconvolgono: l’amore per Vittorio, l’ostilità per un matrimonio combinato con un commerciante arricchito, che la tiene (anche) per “figura”, ben intonata alla nuova casa, tutti strumenti promozionali per l’avanzamento sociale?
Che dice Mancuso?
Che l’ «…attore, bravissimo, è Adriano Pantaleo: riesce a dire “Nun me piace ‘o presepe” come se non fosse già da decenni una citazione. Merito da spartirsi col regista…»: e dice il vero: l’unica vera gradevole apprezzabile interpretazione è proprio quella di Pantaleo, anche se non ci è piaciuta quella smaccata vena sanguigna, cattiva, che il suo personaggio (Nennillo) non ha. Lo dice pure Lucariello ad un certo punto, che il figlio è un po’babbasone. E se lo dice Lucariello…
Che dice Mancuso?
Che un’operazione analoga (così ben riuscita) l’aveva fatta nel 2019 Mario Martone con Il sindaco del rione Sanità. Un'operazione lodevole, a mio avviso, che attualizza la piéce, ne amplia la platea e le offre un convincente respiro cinematografico. Martone sì che è stato bravo, perché per distaccarsi senza tradire, utilizza poche ma sostanziali modifiche nell’impianto della commedia: il sindaco è più giovane e quindi più carico di energia fisica, ambizione e violenza trattenuta, in perfetta relazione con i tempi in cui svolge l’azione. Il sindaco di Edoardo possiede una pacata saggezza popolare, mentre quello di Martone ha “il carisma di un rapper e il fisico di un bodyguard”. Questo accentua (probabilmente volutamente) il rischio (errato) di una lettura in odore di camorra del personaggio di Antonio Barracano, rischio già affrontato da Eduardo fin dalla prima rappresentazione del Sindaco. Martone, il cupo, l’inarrivabile regista di opere liriche e teatrali, e di film memorabili, è anche quello che è riuscito a far “dire” ad un attore nel modo più toccante e più vero una poesia: ne Il giovane favolosoGiacomo Leopardi/Elio Germano giunge all’ermo colle e crea il suo capolavoro – L’Infinito – scandendone i versi, parola dopo parola, e ci trascina tutti – TUTTI – dentro l’ampolla dove avviene il miracolo della creazione dell’opera d’arte.
Aspettiamo fiduciosi che De Angelis ci appassioni in modo simile.

Tano Pirrone