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THEATRE DE POCHE: SANTOSTEFANO

Data pubblicazione: 28-01-2020
 
SANTOSTEFANO

"La corte di Milano ha sentenziato. Bresci è all'ergastolo e Umberto al Pantheon. La lotta continua".
Con queste appassionate parole Victor Hugo, con una lettera vergata il 10 settembre 1900, da Parigi, commentava il caso clamoroso che aprì il XX secolo, il regicidio di Umberto I di Savoia, Re d'Italia, da parte dell'operaio tessile pratese Gaetano Bresci. Laddove il Pantheon è il luogo dove riposano le spoglie reali, e l'ergastolo il triste carcere di Santo Stefano, remota isola ponziana.  Al culmine di insopprimibili tensioni sociali, il gesto di Bresci placò gli anarchici italiani, che non difesero il loro esponente, dando vita a un periodo di relativa pace sociale (un po' come accadde con le Brigate Rosse dopo l'omicidio di Moro) che certo non migliorò le condizioni di vita degli italiani, che rimasero le stesse di sempre, e che il tessitore toscano voleva ingenuamente vendicare. In quanto al regicida, sprofondato in un assordante isolamento, secondo le testimonianze dell'epoca si suicidò. Una messinscena costruita male, e difesa peggio. Gaetano Bresci fu ucciso da chi doveva sorvegliarlo, portandosi con sè mille segreti, e un alone di mito che sopravvive ancora oggi. La discesa all'inferno dell'anarchico Gaetano Bresci, plebeo sì, ma nobile d'aspetto e dagli altissimi ideali, si concretizza in una cella senz'aria e senza luce. Unica compagnia: i ricordi, le lettere, gli incubi. E un sinistro carceriere che gli porta notizie dal mondo esterno, cambiandogli il panorama, le prospettive, ed il futuro, a seconda dei panni che indossa. L'elegante intellettuale, amato dalle donne e ammirato dagli uomini, precipita in un perverso meccanismo di sevizie psicofisiche, abbracciando la paura, rinnegando sè stesso, per poi ritrovare l'ultimo guizzo virile nel gesto estremo richiesto dalle circostanze. Ma chi detiene le chiavi della sua gabbia ha qualcosa da nascondere. E mentre lo Stato si morde la coda, come un folle cane randagio, accade che le vittime invidiano i loro assassini, e viceversa. Sullo sfondo, una lacera bandiera sarà il velo pietoso su un corpo destinato in fondo al mare. Cancellato, come uno scomodo segreto.   Nella visione registica di questo testo ho cercato di trasmettere tutta l'impotenza che soffocava le persone che, agli inizi del 900, erano chiuse in queste carceri di massima sicurezza, ove niente vi era di umano. Di mostrare come la posizione dei carcerati non fosse così diversa da quella dei "liberi", prendendone come emblema la figura del carceriere, servo di un sistema che lo rovina al pari del suo alter ego condannato. Ho infine cercato di far vedere, con mezzi di teatro scarni, ma definiti, quello che, a mio parere era contenuto nella mente di Gaetano Bresci, un assassino, ma prima di tutto un uomo, ed una mente brillante, che, di certo, pensava troppo velocemente, in modi, per la massa, troppo poco convenzionali (Livia Berté)