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Ad una prima di sessantatré anni fa : I DIECI COMANDAMENTI

Data pubblicazione: 04-01-2021
 
Charlton Heston

Capita spessissimo che, parlando di un vecchio film,all’invito: «Ce lo rivediamo?» la risposta che si ottiene sia: «Ma l’abbiamo già visto!». Si, magari trent’anni fa ed ora non ce ne ricordiamo più nulla o vagamente. La stessa cosa succede con i libri: «L’ho letto!». Come se il fatto di leggere sempre nuovi libri sia un impegno, una sfida, una lotta; senza mai tornare su quelli che ci sono piaciuti o che sappiamo esserci stati “utili”. Non so che altra parola usare: “utile” abbinato ad un’ opera d’arte è quanto meno equivoco. Spero che si capisca cosa voglio dire: “utile”, è scritto in un vecchissimo dizionario etimologico è “ciò che conferisce vantaggi”. Leggere (o vedere/o ascoltare) ci offre vantaggi: conosciamo di più, e meglio. Abbiamo una vista più profonda e più ampia del mondo, di noi stessi, degli altri e questo ci rende diversi, e, a seconda dei casi, più fragili o piùf orti. Se ci sentiamo più fragili cercheremo leggendo o vedendo dei film di tornare più forti, di aggiungere, cioè al nostro bagaglio delle doti in più (dote dice lostesso dizionario è“dono”,“speciale grazia d’ingegno od ’ altro”, “prerogativa”, cioè, arrampicandoci dalla Roma repubblicana su su fino al XIV secolo (quando il termine appare), “privilegio”, che è un altro modo per tornare a dire “vantaggio”: ci risiamo, conoscere bene le cose ci offre dei “vantaggi”, leggere più volte uno stesso libro, purché ne valga la pena, ci permette ogni volta di scoprire nuove cose, offrendoci vantaggi o per dirla con quelli che parlano bene, dei plus. Rivedere un film ci fa riscoprire cose che in una prima visione non avevamo notato, oppure ci fa godere nuovamente delle cose che ci erano piaciute, se poi ne abbiamo letto o discusso riusciremo ad avere un ulteriore piano di lettura, cioè scoprire che oltre la storia principale, in “controluce” è possibile intuire e comprendere altri fili narrativi,meta significati.
Se invitassimo la stessa persona a cui abbiamo rivolto l’invito a rivedere un vecchio film o a rileggere un libro letto decenni prima, a mangiare, chessò, una carbonara, una pizza, un’arancina, una fetta di torta non ci risponderà di si o di no soltanto in base al suo appetito o alla disponibilità di tempo o al gradimento di uno dei cibi rispetto all’altro? Mai nessuno ci risponderà: «Ho mangiato questi già una volta, le arancine, addirittura tre volte… No, voglio qualcosa di nuovo, di esotico… nonso cosa, ma lo voglio a qualunque costo, una cosa nuova, sempre e solo pietanze nuove!»
Se dovesse così rispondere chiameremmo la Asl per il Tso.
Mangiare migliaia di volte lo stesso cibo non ci da fastidio, vedere un tramonto otto volte l’anno, un anno sì e otto anni no, può essere considerato accettabile, ma rileggere, chessò, Uomini e topi di John Steinbeck sembra poco snob, unpo’rétro. Per andare lontano non sempre bisogna andare avanti, a volte conviene prendere il giro largo, tornare indietro e riprendere il cammino su un altro sentiero.

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Amo i vecchi film anche per scoprire cose che m’ero perso o che avevo dimenticato. O ne vedo fra i vecchi quei tanti che non ho visto per completare lo studio di un autore o di un attore, comprendere meglio un periodo, un filone. Mi capita anche di rivedere subito un nuovo film, di cui sento di non aver colto tutti i significati, di non avere, insomma abbastanza termini di giudizio, ché non mi basta e non può bastarmi dire (come sento spesso e malvolentieri): «…bello!» o «…lei non era un granché!» o. ancora «…troppo lento!».
Tutto questo per dire che cercherò di scrivere con una certa regolarità di vecchi film, che ho rivisto, non importa se per scelta o perché mi è capitato, saltando da un canale ad un altro in momenti di particolare e sublime distacco dal corso delle cose. Così ieri: dopo aver pranzato mi sono stravaccato sul divano,nella mia immutabile postazione, e ho cominciato a zampettare fra i canali, finché mi sono imbattuto in Charlton Heston, tutto abbronzato e in gonnellino (l’ultima moda faraonico-caprese per aspiranti faraoni : era Mosé ne I dieci comandamenti di quel capitano di lungo corso che fu Cecil B.DeMille, che dopo trentatré anni (fatidico numero) rimandò in giro per le sale di tutto il mondo il suo grande successo del 1923, ma con il sonoro e i colori, oltre che col grande schermo (in quegli anni raffinato piatto di portata di gran moda e adeguato a presentare i filmoni hollywoodiani che andavano per il mondo a vendemmiare fior di incassi).
Il remake richiese cinque anni di preparazione e di lavorazione. La prima negli Usa è datata 5 ottobre1956. In Italia arrivò a fine giugno1957. Nelle prime settimane estive fu il bel Cine Teatro Metropolitan ad ospitare a Catania la première de I dieci Comandamenti, che arrivava preceduto da una grande campagna pubblicitaria e dal favore delle autorità religiose (e anche di governo). Nel mio paese dell’entroterra, oltre il Biviere su per le balze degli Iblei, in territori verghiani, in “seconda visione” sarebbe arrivato in inverno o nella primavera successiva o forse all’Arena, in estate. Mio padre anticipò i tempie ci portò tutti a vedere la prima: io avevo compiuto a maggio quattordici anni - né carne né pesce -, il secondo dei fratelli ne avrebbe compiuti undici fra pochi mesi, il terzo ne aveva compiuti otto a febbraio e l’ultima, in quei giorni, ne avrebbe compiuti sette.
Il film per la magnificenza degli scenari, dei costumi per il parterre vasto e di altissima qualità non poteva non stupire ed attrarre milioni e milioni di visitatori. Visto oggi, si apprezza ancora la grande professionalità di De Mille, di cui fu ultimo film e apoteosi della sua lunga, eccezionale carriera. Con esso dimostrò che non aveva perso il suo ineguagliabile talento nel fondere spettacolo, sesso, sadismo e religiosità in un prodotto dal sicuro successo di cassetta. Malgrado l’imponenza visiva di sequenze come quelle dell’attraversamento del Mar Rosso o della distruzione del vitello d’oro, ilcentro e il punto focale del film è la figura di Mosè. E nella parte di Mosè Charlton Heston è “magnifico”: nel corso della vicenda egli si trasforma da nobile principe guerriero in profeta del Vecchio Testamento, ingrigito,barbuto, risoluto e circonfuso di un vero splendore apocalittico (anche un po’ tanto invasato!). Fu il suo successo in questo ruolo a far di lui l’interprete ideale di memorabili colossi storici. Dietro la monumentale facciata dell’eroe epico vi è un uomo preparato e sensibile, un vero perfezionista dell’arte della recitazione.
I numero si ruoli sono ricoperti da attori provetti, conosciutissimi, star affermate o attori più giovani che avranno a partire da quell’impegno carriere fulgide: Yul Brynner (Ramesse); Anne Baxter (Nefertari); Edward G. Robinson(Dathan); Yvonne DeCarlo (Sefora); Debra Paget(Lilia); JohnDerek (Giosuè); Cedric Hardwicke (Seti); Nina Foch(Bithia); Martha Scott(Yochabel); Judith Anderson (Memnet); Vincent Price(Baka); John Carradine (Aronne). Ottimo doppiaggio a cura dei migliori professionisti del tempo: Emilio Cigoli(Mosè); Nando Gazzolo(Ramesse); Lydia Simoneschi (Nefertari); Giorgio Capecchi (Dathan); Dhia Cristiani (Sefora); Fiorella Betti (Lilia); Pino Locchi (Giosuè); Mario Besesti (Seti); Rina Morelli (Bithia); Giovanna Scotto (Yochabel); Tina Lattanzi (Memnet); Gualtiero De Angelis (Baka); Renato Turi (Aronne); Miranda Bonansea (Miriam). La voce narrante, che nella lingua originale era dello stesso De Mille (che faceva anche quella di Dio), era doppiata da Gino Cervi (a Dio pensò il bravo Cesare Pavese).
Quello che esce peggio dalla rilettura è il racconto biblico, basato con abbastanza fedeltà sul secondo libro del Pentateuco, l’Esodo. Ma «… alla storicità delle figure dei Patriarchi, e dei relativi racconti che troviamo nella Genesi, nemmeno gli studiosi più tradizionalisti credono più; l'Esodo dall'Egitto, la marcia attraverso il deserto e la conquista della Palestina la erra di  Canaan) sono stati negati da alcuni studiosi, mentre coloro che accettano una qualche credibilità storica non sono d'accordo fra loro quanto alla datazione, alla portata e al contesto degli eventi che propongono di collegare al racconto biblico dell'Esodo e dei libri connessi e del libro dei Giudici ».
Lo stile recitativo “datato”, reboante, e testi di una classicità perduta e “scostante”, ma molto ben scritti, si legano in contrasto con un modo “ingenuo” di leggere la storia e di raccontarla.
Questa “ingenuità” colta è appunto la cifra stilistica del film e dell’opera di Cecil B. De Mille.

Tano Pirrone