|

LA SCUOLA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Data pubblicazione: 30-03-2020
 

In tempi di pandemia saltano fuori i problemi più latenti e le contraddizioni più forti di un Paese che s’accascia, barcolla, ma non molla come la nostra bella Italia. Tra le varie contraddizioni viene fuori il problema sanitario: solo ora, forse, si è capito quanto sia stato davvero incosciente tagliare i fondi alla sanità per esempio, dimezzando i posti letto negli ospedali. Ma parliamo di altro, ad oggi la più grande differenza sociale risiede nel possedere o meno internet a casa, un computer e sistemi tecnologici, tipo la stampante. Questo può sembrare strano, anomalo, in una società tecnologica, come quella contemporanea, fa specie sapere che ci sono tante famiglie che non hanno questi strumenti a casa e per questo sono immediatamente esclusi da un sistema che avanza inesorabilmente e che viene usato in momenti come questi: le scuole sono chiuse e i programmi, le lezioni vanno avanti e lo fanno online, facendo collegare i ragazzi dalle loro case con i prof. ma chi non ha questi strumenti come fa? È il digitale divide, così è definito il divario che c’è tra chi ha accesso a internet e chi non ce l’ha; ne deriva una esclusione dai vantaggi della società digitale, con danni socio-economici e culturali per chi ne è colpito. Tra le categorie più minacciate dall’esclusione digitale vi sono i soggetti anziani, le donne non occupate o in particolari condizioni, gli immigrati, le persone con disabilità e in generale coloro che, essendo in possesso di bassi livelli di scolarizzazione e di istruzione, non sono in grado di utilizzare gli strumenti informatici. La più grande disuguaglianza sociale, dunque, oggi si basa sulla possibilità o meno di accedere a internet,  un po’ come avveniva in tempi remoti quando il sapere della scrittura apparteneva a pochi e dunque la conoscenza era appannaggio di una classe molto ristretta di persone, di norma, erano i cosiddetti scriba (per voler fare un esempio iperbole). Il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite, con l’approvazione della risoluzione A/HCR/20/L.13, ha considerato espressamente Internet alla stregua di un diritto fondamentale dell’uomo, ricompreso nell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nel documento si attribuisce alla Rete “una forza nell’accelerazione del progresso verso lo sviluppo nelle sue varie forme” e si chiede a tutti gli Stati “di promuovere e facilitare l’accesso a Internet”. Sempre L’Onu, nel Rapporto sulla promozione e la protezione del diritto di opinione ed espressione ha affermato che:  “gli Stati hanno un obbligo positivo a promuovere o facilitare il godimento del diritto alla libertà di espressione e dei mezzi di espressione necessari per esercitare questo diritto, compreso Internet”, considerando “l’accesso ad Internet un mezzo indispensabile per la realizzazione di una serie di diritti umani, combattendo l’ineguaglianza e accelerando lo sviluppo e il progresso dei popoli”, con la conseguenza che “l’accesso ad Internet è uno degli strumenti più importanti di questo secolo per aumentare la trasparenza, per accedere alle informazioni e per facilitare la partecipazione attiva dei cittadini nella costruzione delle società democratiche”. Le ragioni per cui il divario digitale dovrebbe essere un tema centrale della politica nazionale sono due: perché colpisce i più deboli e perché riguarda ormai un numero molto rilevante di nostre attività. Da alcune settimane la didattica scolastica si è trasformata, improvvisamente e senza che nessuno lo avesse deciso prima, in una questione interamente digitale; la scuola oggi, per colpa dell’emergenza coronavirus, ha chiuso i suoi cancelli fisici e viaggia sulle dorsali di internet, ma la stragrande maggioranza dei plessi scolastici è connessa a internet attraverso vecchie linee adsl, la maggioranza delle quali con banda inferiore ai 10 mbps, che consentono connessioni occasionali e di bassa qualità solo per alcuni laboratori o classi contemporaneamente. Se questo non bastasse, le scuole pagano di tasca propria i contratti di connessione a internet, con canoni annuali che vanno da tremila a novemila euro, per cui in molti istituti, specie in quelli con minor disponibilità finanziarie, si sceglierà di risparmiare adottando linee meno performanti e quindi meno costose. Il risultato è che mancando l’infrastruttura manca anche tutto il resto. Il tema, da sempre, però, ha interessato pochissimo la politica. La metà degli insegnanti italiani utilizzavano poco o nulla le tecnologie digitali, le scarse capacità tecnologiche si riscontrano anche negli studenti: perché la vicinanza di un bambino allo schermo di uno smartphone o di un tablet non ne accresce istantaneamente le competenze digitali. Nessuno ha pensato di incentivare e supportare tecnologie e servizi che potessero aiutare in questo momento di forte disagio. È una forma di governo raffinata e necessaria alla quale, però, non sembriamo ancora pronti. Eppure ogni scelta politica fatta dentro una simile sfera decisionale è importantissima perché influirà le vite della maggioranza dei cittadini, ne determinerà attitudini e conoscenze, cultura e prassi sociali.

Rosanna D’Alessandro